giovedì 16 aprile 2026

Dizionario antropologico: blu, creazione, irrealtà, poesia, scorciatoia, reti, silenzio, memoria, natura, fuoco


BLU – Vertigine

Quando, con la testa all’insù, si guarda il cielo limpido, senza neanche una nuvola, si avverte una vertigine sottile: come se lo sguardo non trovasse mai un limite, come se non esistesse un fondo a quella profondità. L’occhio rimane intrappolato in una spirale ascendente, un vortice che ricorda quelli dipinti da Van Gogh ne La notte stellata (Van Gogh, 1889). Oltre l’orizzonte, tra le chiome timide degli alberi, durante una gita in barca o in fondo al mare: ovunque ci sia del blu, emerge questa sensazione di immersione.

Il blu è un fluido che avvolge. Come una brezza leggera, una carezza quasi impercettibile, spinge in avanti. È fatto di infinite sfumature, sempre in divenire, come i ruscelli della neve che si scioglie in primavera. Eppure, nella nostra epoca digitale, il blu si trasfigura: dal cielo scivola nello schermo, diventando un altro tipo di sfondo. È il colore dominante del web, abita le icone di molte aziende, definisce i link.

Il blu diventa comunicazione. Alcune ricerche indicano che trasmette fiducia e sicurezza, influenzando positivamente gli atleti impegnati in discipline che richiedono concentrazione e controllo. Il blu è persino in bocca, quando gustiamo un “cordon bleu”: il “cordone blu”, nome di un ordine istituito da Enrico III nel 1578, divenuto poi sinonimo di eccellenza culinaria.

Eppure, nonostante oggi sembri onnipresente, il blu è un colore sorprendentemente giovane nella storia umana. Chi l’ha detto, infatti, che il cielo è blu? Non lo dice un bambino, che spesso lo descrive come bianco o senza colore. Non lo affermano molte popolazioni prive di una parola specifica per il blu. E non lo dicevano nemmeno gli antichi: nei grandi testi come l’Iliade, l’Odissea o la Bibbia, il blu semplicemente non compare. Per Omero il mare è "scuro come il vino". Per quanto sembri una realtà naturale e immediata è una costruzione linguistica e culturale, un ponte tra linguaggio e natura.

Van Gogh M., 1889, Museum of Modern Art (MOMA), New York.


CREAZIONE – Scintilla

L’uomo è l’animale che più di tutti crea, fabbrica oggetti, converte idee in materia solida. Le mani sono da sempre lo strumento della creazione, capaci di plasmare la materia mentre, a loro volta, si plasmano. Le mani di uno scalpellino diventano callose e ruvide, temprate per imprimere forza sulla pietra e liberare la forma dalla polvere bianca; quelle di un fabbro sono tozze e dure, abituate a resistere alle alte temperature necessarie a modellare il ferro; le mani di una pastaia sono calde e lisce, educate al contatto continuo con acqua e farina. Le mani portano il segno di ogni gesto, di ogni materiale, di ogni opera: sono archivi viventi della trasformazione. Pensiamo anche alle mani trasformate dal gesto sportivo: quelle di un canottiere sviluppano calli sul palmo e sulle dita, formati nella ricerca del colpo perfetto sull’acqua; quelle di un arrampicatore presentano polpastrelli induriti per aderire alla roccia.

Da tempo, però, l’uomo affianca alle mani una molteplicità di strumenti. Dall’invenzione delle prime macchine, l’evoluzione del creare non si è più arrestata, fino a trasfigurare la materialità stessa dell’oggetto, rendendola talvolta intangibile, virtuale. Un esempio emblematico è il videogioco Minecraft, in cui i giocatori costruiscono mondi potenzialmente infiniti a partire da unità minime, cubi digitali.

Che sia tangibile o virtuale, l’atto del creare implica sempre una forma di magia: una trasformazione, una scintilla che dà forma alla materia. Ed è proprio con le scintille che si sta sperimentando una nuova frontiera: l’additive manufacturing. Energia luminosa viene utilizzata per fondere finissime polveri metalliche e creare oggetti fisici da modelli digitali con geometrie complesse, spesso irrealizzabili con metodi tradizionali. Questa tecnica si oppone alla filosofia michelangiolesca del liberare l’opera dal marmo del suo “superchio” (Buonarroti, 1960): non sottrae il superfluo, ma aggiunge il necessario; non rivela, ma costruisce.

Eppure, questa innovazione radicale conserva un carattere profondamente arcaico. Lavora con la polvere, accumula materia, costruisce per stratificazione, proprio come un vasaio che, dall’argilla, plasma forme sempre nuove.

Nonostante l’evoluzione degli strumenti, l’uomo continua a creare: è il suo modo di abitare il mondo, di attraversare la materia e intravedere, in essa, una molteplicità infinita di forme possibili.

Buonarroti M., Rime, Bari: Laterza, 1960.


IRREALTà – Possibilità

C’erano una volta due omini, fratelli inseparabili, che passavano i pomeriggi a giocare con la fionda, sfidandosi a chi colpiva più bersagli tra sassi e vecchie lattine. Un giorno, però, il cielo si oscurò all’improvviso. Un enorme drago li vide dall’alto e, scorgendoli indifesi, si lanciò in picchiata. Con i suoi artigli afferrò il fratello più piccolo e lo portò via, battendo le sue grandi ali.

L’omino rimasto a terra non perse tempo: si mise a correre più veloce che poteva. Attraversò campi, valli e montagne senza mai fermarsi, con il fiato corto e il cuore che batteva forte. Ma il drago volava alto nel cielo, irraggiungibile, e lui non sapeva come fare per salvare suo fratello.

Proprio allora arrivò una rondine. Aveva osservato, stupita, quella corsa instancabile e decise di aiutarlo: «Sali sulla mia groppa», gli disse. L’omino non esitò e si aggrappò alle sue piume. La rondine spiccò il volo, veloce come il vento, puntando dritta verso il drago.

Quando lo raggiunsero, il drago aprì le fauci e sputò una fiammata per arrostirli. Ma la rondine era agile e scattante: schivò il fuoco con rapide virate, senza farsi cogliere impreparata.

Fu allora che l’omino, prese la sua fionda. Con mano ferma lanciò una pietra che colpì il drago nell’occhio destro, poi un’altra nel sinistro. Accecato dal dolore, il drago cominciò a dibattersi nel cielo senza più orientamento. Perse la presa e lasciò cadere il fratello più piccolo, mentre precipitava rovinosamente verso terra.

La rondine si lanciò in picchiata, raggiunse il piccolo omino prima che toccasse il suolo e lo caricò sulla sua groppa, salvandolo per un soffio.

Tutto questo avviene in autostrada, dentro un’auto. L’omino è una figura stilizzata che corre sull’orizzonte del finestrino, accanto a un bambino annoiato e il drago è una nuvola scura che attraversa il cielo. L’irrealtà, allora, non è il luogo di ciò che non esiste, ma di ciò che potrebbe essere: uno spazio in cui le regole del reale si sospendono e tutto diventa possibile. Anche che i draghi emergano dalle nuvole e che piccoli omini volino sulle rondini.

 

POESIA – Puzzle

Una poesia è un insieme di tessere che formano un’immagine. Le tessere non sono fatte di cartone come nei puzzle ma sono parole che il poeta sceglie, soppesa, ne lima i bordi finché non combacia con le altre e il risultato non è un’immagine stampata, ma un’immagine impressa nella nostra mente.

Come osservava Sinisgalli, “La poesia è pensiero divenuto sensibile”[1], è come la pioggia che nel deserto di Atacama fa nascere le rose. Le rose sono sempre lì, sotto la sabbia protette dal sole cocente. La pioggia le libera, ridona loro la vita. Così la poesia stimola il nostro interiore e fa nascere nella nostra mente un’immagine grazie alla potenza evocativa delle parole e dei loro suoni.

Il suono è una parte fondamentale della poesia. Nel Rinascimento si rafforza l’idea che la poesia sia pittura parlante, sottolineando l’importanza del suono nella poesia. E il suono non è poesia solo quando nasce dalla parola. Anche un movimento ha un’importa sonora capace di evocare immagini.

Camminando vicino ad un fiume, si può ascoltare l’andare dei canottieri. Prima il silenzio della preparazione, poi il rumore sordo del remo che entra in acqua, infine il fruscio della velocità impressa alla barca. Un susseguirsi di suoni, un ritmo che diventa poesia.

La poesia non è solo immagine, ma anche memoria. Le poesie sono frammenti della nostra storia. Attraverso la poesia, eventi e racconti vengono tramandati e consegnati all’eternità, come faceva Pindaro celebrando le imprese atletiche. La poesia è capace di elevare un racconto trasformandolo in immagine. Non è un caso, forse, che si ricorra alla rima per celebrare momenti importanti, come nei brindisi. Anche quei testi improvvisati, scritti sul retro di un menù durante un pranzo o una cena, declamati durate un festeggiamento, sono piccoli componimenti poetici.

Probabilmente la poesia non è stata inventata, ma scoperta, perché è sempre risieduta in noi. È una necessità comunicativa: combina il significato delle parole alla potenza delle immagini e, grazie alla sua duplice matrice, arriva veloce a chi l’ascolta, trasformandosi in sentimento.

[1] Citazione da inserire.


SCORCIATOIA – Ipotenusa

Quante volte capita che, a un incrocio, anziché svoltare ad angolo retto, si disegni una linea obliqua che taglia l’erba o la terra? Quella è una scorciatoia: un passo fuori dalla strada principale per recuperare tempo. È, in fondo, la dimostrazione intuitiva del teorema di Pitagora: l’ipotenusa ha una lunghezza minore della somma dei cateti.

Questa semplice traccia sul terreno, però, rivela anche che utilizziamo scorciatoie ogni giorno, come abbiamo sempre fatto nella storia della nostra evoluzione. Non solo per risparmiare tempo, ma per risolvere problemi. Vulnerabili al freddo, abbiamo imparato a vestirci e a governare il fuoco; bisognosi di forza e velocità, abbiamo costruito macchine; sopraffatti da quantità di dati sovraumane, abbiamo sviluppato l’intelligenza artificiale.

Proprio l’AI, nella lettura di Nello Cristianini, rappresenta la scorciatoia definitiva: non cerchiamo più necessariamente di comprendere le leggi che governano i fenomeni, ma ci affidiamo a correlazioni e analisi statistiche. Una vera e propria “rivoluzione epistemologica” (Cristianini, 2023), in cui la causa lascia il posto all’effetto, e la comprensione cede il passo alla previsione.

Eppure, le scorciatoie non sono quasi mai neutrali. Possono condurci più velocemente a destinazione, ma anche portarci fuori strada. Lo dimostra il caso dell’atleta keniano Eliud Kipchoge: nel 2019, a Vienna, infranse la barriera delle due ore nella maratona, ma la prestazione non fu omologata. Le scarpe utilizzate, dotate di inserti in fibra di carbonio, furono considerate una forma di “doping meccanico”.

In questi casi, tagliare l’incrocio non significa solo accorciare il percorso, ma uscire dalle regole del gioco. Equivale a non ascoltare il monito delle favole di rimanere sulla strada principale. La scorciatoia diventa allora una soglia ambigua tra ingegno e furbizia che, tuttavia, racchiude l’intera storia dell’evoluzione tecnologica: un susseguirsi di scorciatoie sempre più sofisticate ed efficienti.

Cristianini N., La scorciatoia. Come le macchine sono diventate intelligenti senza pensare in modo umano, Bologna: Il Mulino, 2023.


Reti – Confine/connessione

Una rete è un confine permeabile. Un muro che, paradossalmente, permette di vedere attraverso. Un inganno: sembra non esserci e invece c’è. È così che intrappola gli uccelli nelle reti a nebbia, sottili al punto da risultare quasi invisibili, come una nebbia leggera sospesa nell’aria. E tuttavia anche la nebbia viene catturata: in alcune zone aride, reti speciali vengono utilizzate per intercettare l’umidità e trasformarla in acqua.

Il confine più evidente della rete è forse quello della pallavolo. Una linea sospesa che divide il campo in due metà, separa le squadre, organizza lo spazio del gioco. Eppure, senza di essa, il gioco non esisterebbe: verrebbe meno la regola, e con essa lo scopo stesso della pallavolo. La rete divide, ma allo stesso tempo, mette in relazione le due squadre.

La rete, infatti, è anche sinonimo di connessione: un insieme di nodi che, collegandosi tra loro, danno forma a una struttura. I nodi non sono sempre fatti di corda. Nella rete di Internet, ad esempio, sono computer, server, infrastrutture distribuite: un’unica trama invisibile che si estende ovunque. In una rete tutto è potenzialmente collegato. Ma proprio per questo bisogna ricordare che una vibrazione in un punto della rete può propagarsi a tutta la sua estensione. Lo sanno bene i ragni, che percependo le oscillazioni della tela riescono a localizzare la preda con rapidità e precisione.

Le reti, dunque, sembrano fondarsi su un dualismo costante: da una parte il limite, la trappola, la cattura; dall’altra la connessione, il legame, la possibilità di relazione. Forse, però, questo dualismo è solo apparente. È infatti proprio grazie alla sua struttura interconnessa che la rete separa e, separando, rende possibile un rapporto che altrimenti non esisterebbe.

 

Silenzio – Sospensione

Il silenzio è una pausa tra due suoni. Visivamente saremmo portati a indicarlo come il vuoto tra due pieni, eppure in musica la pausa è rappresentata da segni pieni, proprio come le note: elementi che danno struttura e ritmo al suono. Sono come salti sul pentagramma che il suono compie per arrivare alla nota successiva.

Il silenzio è salto. È fiato sospeso: quell’attimo in cui l’atleta del salto in alto ha appena staccato i piedi da terra e si sta avvicinando all’asticella; quello in cui il pallavolista è in aria durante la battuta e sta per colpire la palla; o ancora l’istante in cui il lanciatore del martello lascia andare il suo attrezzo. È un momento che si costruisce su una preparazione attenta e si apre all’ignoto, a ciò che sarà, senza alcuna certezza.

Come il silenzio radio della missione spaziale Artemis II, quando l’equipaggio ha attraversato il lato oscuro della Luna senza possibilità di comunicazione con la Terra: un intervallo in cui il legame si interrompe e si entra in uno spazio imprevedibile. Un salto nell’ignoto.

Il silenzio è ignoto perché forse non siamo abituati ad ascoltarlo. Siamo abituati al suono, al rumore, ma raramente facciamo caso al silenzio. “Il silenzio è un po’ come la luce: bisogna affinare i sensi per accorgersi di quante diverse sfumature incontriamo nel corso di una giornata”.

E ascoltando il silenzio ci accorgiamo che il silenzio parla: è figlio del tempo e del luogo che stiamo vivendo. Spesso non è assenza completa di suono, ma è abitato da suoni che normalmente non ascoltiamo. In campagna, il silenzio dell’inverno ha il suono del fuoco che scoppietta nei camini, in primavera ha il suono del cinguettare degli uccellini, in estate è il vociare del paese, in autunno è il frusciare delle foglie brune che cadono dagli alberi.

Fare silenzio significa mettersi in ascolto di questi suoni “neutri”, che non sono di nessuno. Il silenzio, a differenza del suono, non appartiene: è lo stesso per tutti, ed è per questo che può diventare incontro (Candiani, 2018).

Forse il silenzio è questo: non ciò che si oppone al suono, ma ciò che, senza appartenere a nessuno, rende possibile ascoltarsi davvero.

Candiani C. L., Il silenzio è cosa viva. L'arte della meditazione, Milano: Einaudi, 2018.


Memoria – Lasagna di ricordi

Con una metafora culinaria, la memoria può essere paragonata a una lasagna: una stratificazione di ricordi. Gli eventi vengono impilati l’uno sull’altro in ordine cronologico, costruendo la memoria quasi come una stampante 3D che, strato dopo strato, compone un oggetto.

Tutti possiamo cucinare una lasagna, ma alcuni saranno più bravi di altri. Chi è più allenato, chi passa più tempo in cucina, sarà in grado di prepararne una migliore. Così, anche, la memoria, ha bisogno di allenamento per svilupparsi al meglio. Avere una buona memoria è un’abilità che, di fatto, si esercita: esistono per esempio, veri e propri campionati di memoria, sport del ricordare in cui i partecipanti competono nel memorizzare centinaia, talvolta migliaia, di cifre in pochi minuti.

Non tuti siamo campioni di memoria. Tuttavia, l’evoluzione delle nostre abitudini ci sta portando a un progressivo indebolimento delle capacità mnemoniche. Un esempio banale di questa tendenza sono i numeri di telefono. Qualche anno fa eravamo abituati a conoscere a memoria quelli delle persone a noi care, oggi questa necessità è venuta meno. I neuroni sono stati, in parte, sostituiti da dischi magnetici, circuiti elettrici, server remoti che costituiscono il cosiddetto cloud. La tecnologia ha da sempre avuto il problema di come conservare i dati e ha creato complesse architetture di memoria esterna, nuvole digitali che ricordano per noi.

Gli esseri umani non sono gli unici esseri viventi ad avere memoria. Anche gli alberi conservano traccia del passato. Hanno sicuramente una memoria storica, quella degli anelli di accrescimento dei tronchi, possiedono, però, anche una memoria più operativa. Per esempio, esiste una pianta, la mimosa pudica, che quando viene toccata chiude le foglie per proteggersi. Alcuni esperimenti, hanno dimostrato che questa pianta ha una memoria a lungo termine per cui smette di chiudere le foglie se riconosce un gesto a cui in passato non è stata associata nessuna conseguenza negativa (Gagliano et al, 2014). In altre parole, elabora l’esperienza e modifica il proprio comportamento di conseguenza.

La memoria, infatti, è anche elaborazione. Lo pensava Degas, l’impressionista che non dipingeva en plain air, ma che preferiva, invece, lo studio, dove poteva ricostruire la scena da dipingere con la memoria che rielaborava gli elementi e gli dava una struttura adatta alla rappresentazione.

Forse la memoria è una delle funzioni più complesse del cervello, e non è un caso che si consolidi durante il sonno, quello spazio sospeso in cui il corpo si ferma mentre la mente riorganizza. Comprenderne completamente i meccanismi potrebbe restare un’impresa incompiuta. Tuttavia, proprio in questa opacità, forse, risiede il suo fascino.

Gagliano M., Renton M., Depczynski M., Mancuso S., Experience teaches plants to learn faster and forget slower in environments where it matters, Berlin: Springer, 2014.


Natura – Imitazione e sfida

La natura è l’oceano in cui ogni essere vivente dell’universo nuota e in cui anche ciò che è inanimato trova posto. È come un cuore che batte, un polmone che respira, un grembo da cui tutti siamo nati.

La natura non ha solo creato la vita, ma è anche ciò a cui ci ispiriamo continuamente nelle nostre opere. Sia nell’arte sia nella scienza, è sempre dalla natura che traiamo ispirazione. Dalla natura, per esempio, abbiamo imparato a risolvere problemi. Oggi, guardare alla natura per trovare soluzioni ha un nome specifico: “biomimicry”, letteralmente imitazione della vita. L’uomo non è altro che un attento osservatore che cerca di imitare la natura. Per esempio, imitando gli occhi degli insetti sono stati creati particolari pannelli solari più resistenti; osservando le foglie degli alberi sono state sviluppate turbine eoliche più efficienti. Dalla natura abbiamo anche imparato a curarci: molti principi attivi dei medicinali derivano da composti naturali, come il sempre citato acido acetilsalicilico.

Insomma, tutto può essere ricondotto alla natura. Non è un caso, infatti, che la parola stessa derivi dal latino “nascere”. La natura è ciò da cui tutto si genera. Così come tra genitori e figli, anche tra esseri umani e natura esistono contrasti e contrapposizioni. Nell’uomo c’è una sorta di senso di sfida nei confronti della natura, come a volerci imporre su qualcosa che è più grande di noi. E in questo gioco di sfida rientra anche lo sport. Nello sport, ogni azione è una sfida lanciata contro la natura e le sue leggi. La gravità ci vuole a terra, eppure gli atleti continuano a saltare sempre più in alto; l’aria e l’acqua ci rallentano, ma i record di velocità nella corsa e nel nuoto vengono continuamente aggiornati. È una sfida a superare sé stessi, a oltrepassare i limiti del proprio corpo, che è esso stesso un prodotto della natura.

Eppure, il confronto può degenerare. Negli ultimi anni, l’azione umana ha intensificato squilibri evidenti: inondazioni, siccità, frane. La natura non punisce, ma reagisce, come un sistema che cerca equilibrio. Più che una sfida, allora, si impone una nuova attitudine: ascoltare. Perché distruggere la natura significherebbe perdere non solo un habitat, ma anche il nostro principale manuale d’istruzioni.

 

fuoco – Oscillazione

Centro di gravitazione della luce. Nella fotografia, il fuoco, determinato dalla posizione delle lenti, decide cosa visualizzare nitidamente e cosa lasciare indistinto. Definisce il punto in cui si concentra lo sguardo. La luce è anche energia e, focalizzandola in un unico punto, è possibile riscaldare la materia fino a generare una fiamma, come facevano gli antichi con gli specchi ustori. Questa stessa tecnologia viene utilizzata ancora oggi in macchine all’avanguardia come le stampanti 3D. In alcuni di questi macchinari sono presenti complesse catene ottiche che concentrano l’energia del laser in un punto preciso generando un’energia capace di fondere il metallo e creare oggetti a partire dalla polvere.

Il fuoco non è il centro di gravità soltanto della luce, ma anche della vita. È il camino delle case antiche, la fonte di luce e calore attorno a cui si svolgeva la vita familiare. È proprio il focolare domestico che i latini indicavano con la parola focus, termine che finì per designare l’intero nucleo familiare e che divenne un elemento sacro della casa.

L’elemento della sacralità è da sempre associato al fuoco, alla fiamma: forse per i suoi movimenti repentini, per il suo continuo divenire, per la luce che emana. Il fuoco è stato spesso associato anche all’anima, allo spirito, come nel caso dei fuochi fatui. Ma forse esiste una fiamma che più di tutte, oggi, possiede una forza simbolica universale: una fiamma che ogni quattro anni torna ad accendersi e a illuminare gli occhi di migliaia di atleti, che vi riconoscono lo stesso ardore che li spinge a superare sé stessi. La fiamma olimpica.

Una fiamma tanto antica quanto moderna. La fiamma olimpica, infatti, è un elemento riscoperto nella IX edizione dei Giochi olimpici moderni e, da allora, non ha mai smesso di evolversi. Designer e ingegneri, come nuovi Prometeo (Condello, 2022), si sono succeduti nel progettare fiaccole in grado di custodire una fiamma che non deve spegnersi, capace di viaggiare sui mezzi di trasporto più disparati: dai cammelli alle navi, fino agli aerei supersonici. Un’evoluzione che ha coinvolto anche il braciere olimpico, divenuto sempre più spettacolare grazie a complessi stratagemmi tecnici.

Il fuoco è uno di quegli elementi che l’uomo non può governare pienamente, una materia inafferrabile che pure non va toccata: può cercare di addomesticarlo, ma non potrà mai controllarlo del tutto. Se lo si trascura, si spegne, se lo si forza, può ferire. E in questa oscillazione rivela il limite di ogni pretesa umana di controllo.

Condello F. (a cura di), Prometeo. Variazioni sul mito, Venezia: Marsilio, 2

giovedì 26 marzo 2026

Bozza per il dizionario antropologico: poesia

Poesia

Da poiein, creare: il poeta, come un artigiano, non modella la materia ma lavora suoni e parole, elementi impalpabili che tuttavia producono immagini. Nell’ambito dell’Encyclopédie, la poesia appartiene infatti alla sfera dell’immaginazione, una potenza creatrice capace di generare mondi al di fuori della realtà materiale.

La poesia consente di portare un’idea dall’inesistenza all’essere, facendola accadere nel corpo del linguaggio. Come osserva Sinisgalli, “La poesia è pensiero divenuto sensibile”: non si limita a tradurre un concetto, ma lo rende percepibile.

Ma la poesia può anche essere memoria “la storia degli uomini si edifica sulle rovine dei versi”. È capace di elevare a mito un racconto, come fa Pindaro con le imprese atletiche, catturando lo slancio e la velocità degli atleti nei movimenti dei suoi “voli”.

Il poeta, però, non solo ispirato, ma anche sperimentatore: accosta parole come un alchimista combina elementi, osserva gli effetti, modifica e riprova. Perché anche la poesia ha le proprie regole “ha simpatia per certi numeri e certe figure”. Ogni verso diventa un esperimento, una combinazione di tentativi e correzioni. Questa pratica, rigorosa e metodica, ricorda il procedimento scientifico o l’allenamento di un atleta: un lavoro di costruzione consapevole, verifica e affinamento continuo. 

Così, la poesia si rivela una vera e propria tecnologia dell’immaginazione: un fare che, pur senza materia, produce effetti reali, rende visibile l’invisibile e dà forma all’esperienza, confermando la potenza creatrice del pensiero umano.

giovedì 19 marzo 2026

Bozza per il dizionario antropologico: scorciatoia

SCORCIATOIA

Strada secondaria che unisce due località con un percorso più breve in confronto alla strada principale, in senso figurato, mezzo rapido e sbrigativo per raggiungere un determinato scopo (Treccani). Ci hanno insegnato fin da piccoli a evitare le scorciatoie, a non lasciare la strada principale, lo hanno fatto le favole come Cappuccetto Rosso o Pinocchio. Eppure, l'uomo si è evoluto da sempre attraverso un susseguirsi di scorciatoie. La tecnologia non è, quindi, altro che l'insieme di scorciatoie che l'uomo ha saputo trovare per risolvere i problemi a cui si trovava di fronte. Eravamo vulnerabili al freddo e abbiamo iniziato a vestirci e a controllare il fuoco, avevamo bisogno di forza fisica e velocità e abbiamo inventato le macchine, avevamo la necessità di gestire dati in quantità sovraumane e abbiamo sviluppato l'AI. 

Proprio l'AI, nella lettura di Nello Cristianini, rappresenta la scorciatoia definitiva, cioè non cerchiamo più di risolvere i problemi comprendendo le leggi che lo governano, ma ci affidiamo ad analisi statistiche. Una "rivoluzione epistemologica" che sostituisce la causa con l'effetto. 

A volte, però, le scorciatoie possono portarci verso luoghi imprevisti. Sarà questo il nostro destino con l’AI? Di certo è stato il destino dell’atleta keniano Kipchoge, il quale, tagliando il traguardo della maratona di Vienna nel 2019, pensava di aver scritto una pagina di storia, fermando il cronometro sotto le due ore per la prima volta. Invece, si vide annullare il record, poiché le scarpe che aveva utilizzato, rinforzate con fibre di carbonio, furono considerate “doping meccanico” e dichiarate illegali.

La scorciatoia, dunque, non è semplicemente un'alternativa più rapida, ma un modo diverso di concepire il percorso stesso. Tuttavia, questo tragitto diventa una forma di inganno quando non coincide con ciò che riteniamo valido, giusto o accettabile, quando sconfina le regole che la società si impone come strada principale da seguire. E il monito delle favole diventa, allora, la metafora di un limite da non superare. 

mercoledì 11 marzo 2026

Sport e conflitto

Un romanzo in cui l'autore immagina che i conflitti non si risolvano con guerre e soldati ma con tornei sportivi:






Bozza per il dizionario antropologico: Blu

BLU

Chi l’ha detto che il cielo è blu? Non lo dice un bambino. Non lo dicono molte popolazioni indigene. E non lo dicevano nemmeno gli antichi. Alcuni studi condotti su comunità prive di una parola specifica per il blu, o su bambini a cui non è ancora stato insegnato il nome dei colori, mostrano che il cielo viene spesso descritto come bianco o semplicemente privo di colore. Anche nei grandi testi del mondo antico come l’Iliade, l’Odissea o la Bibbia la parola blu non compare mai. 

Blu è in fondo solo un termine che indica la percezione di un fenomeno fisico che la scienza chiama onde elettromagnetiche e che il linguaggio comune chiama colore. La lunghezza d’onda del blu è compresa tra circa 380 e 500 nanometri e pare che la luce con questa frequenza produca effetti particolari sulla percezione umana.

Alcuni studi indicano che il blu è in grado di trasmettere fiducia e sicurezza e per questo motivo è in grado di avere effetti positivi sugli atleti che praticano discipline che richiedono concentrazione.

Forse è anche per questo suo significato che un colore così “giovane” sia ormai ovunque, soprattutto su internet, dove moltissimi siti web, a partire dal primissimo social network, fanno del blu il proprio colore identitario.

La storia del blu ci ricorda però che la percezione dei colori cambia con il tempo. E allora chissà di che colore sarà il cielo in futuro, o se il mare tornerà ad essere "scuro come il vino", come per Omero.

giovedì 26 febbraio 2026

Tecnologia al Festival

Dovendo riflettere su quale tecnologia sia presente al Festival di Sanremo, ci si accorge che ogni aspetto della manifestazione è attraversato dall’innovazione. A partire dal mezzo con cui lo si segue: inizialmente la radio, poi la televisione e oggi qualsiasi dispositivo connesso a Internet, che permette di ascoltare e vedere il Festival in streaming ovunque ci si trovi.

Anche dal punto di vista musicale è evidente l’impronta della tecnologia. L’evoluzione dei suoni nel tempo è stata resa possibile dal perfezionamento degli strumenti tradizionali e dalla nascita di nuovi strumenti, come i sintetizzatori, che hanno aperto la strada alla musica elettronica e a nuove modalità espressive.

Un altro grande elemento distintivo del Festival è la scenografia, governata dalla regia come un’enorme macchina in continuo movimento. Negli anni siamo stati abituati a spettacolari soluzioni sceniche: imponenti ledwall, scale che compaiono e scompaiono, strutture che si trasformano in tempo reale. Tutti elementi resi possibili dal progresso tecnico e dall’integrazione tra ingegneria e regia televisiva.

Nell’ultima edizione del Festival un ulteriore elemento tecnologico è approdato nella Città dei Fiori: l’intelligenza artificiale. Durante una delle serate, l’AI ha trasformato i presenti al Teatro Ariston in paperi, in quella che si è rivelata una trovata pubblicitaria di un’azienda intenzionata a ritagliarsi uno spazio in questo nuovo mercato. Tuttavia, il risultato è apparso piuttosto maldestro e tecnicamente acerbo, soprattutto se confrontato con il livello di qualità e realismo che le tecnologie di intelligenza artificiale sono oggi in grado di offrire.

In conclusione, il Festival di Sanremo non è soltanto un evento musicale, ma anche una vetrina dell’evoluzione tecnologica: un luogo in cui innovazione e spettacolo si incontrano, contribuendo a rinnovare ogni anno un appuntamento che unisce tradizione e ingegno.

Un'astronave sul palco di Sanremo 2012



Dizionario antropologico: blu, creazione, irrealtà, poesia, scorciatoia, reti, silenzio, memoria, natura, fuoco

BLU – Vertigine Quando, con la testa all’insù, si guarda il cielo limpido, senza neanche una nuvola, si avverte una vertigine sottile: com...