BLU – Vertigine
Quando,
con la testa all’insù, si guarda il cielo limpido, senza neanche una nuvola, si
avverte una vertigine sottile: come se lo sguardo non trovasse mai un limite,
come se non esistesse un fondo a quella profondità. L’occhio rimane
intrappolato in una spirale ascendente, un vortice che ricorda quelli dipinti
da Van Gogh ne La notte stellata (Van Gogh, 1889). Oltre l’orizzonte,
tra le chiome timide degli alberi, durante una gita in barca o in fondo al
mare: ovunque ci sia del blu, emerge questa sensazione di immersione.
Il blu è
un fluido che avvolge. Come una brezza leggera, una carezza quasi
impercettibile, spinge in avanti. È fatto di infinite sfumature, sempre in
divenire, come i ruscelli della neve che si scioglie in primavera. Eppure,
nella nostra epoca digitale, il blu si trasfigura: dal cielo scivola nello
schermo, diventando un altro tipo di sfondo. È il colore dominante del web,
abita le icone di molte aziende, definisce i link.
Il blu
diventa comunicazione. Alcune ricerche indicano che trasmette fiducia e
sicurezza, influenzando positivamente gli atleti impegnati in discipline che
richiedono concentrazione e controllo. Il blu è persino in bocca, quando
gustiamo un “cordon bleu”: il “cordone blu”, nome di un ordine istituito da
Enrico III nel 1578, divenuto poi sinonimo di eccellenza culinaria.
Eppure,
nonostante oggi sembri onnipresente, il blu è un colore sorprendentemente
giovane nella storia umana. Chi l’ha detto, infatti, che il cielo è blu? Non lo
dice un bambino, che spesso lo descrive come bianco o senza colore. Non lo
affermano molte popolazioni prive di una parola specifica per il blu. E non lo
dicevano nemmeno gli antichi: nei grandi testi come l’Iliade, l’Odissea o la
Bibbia, il blu semplicemente non compare. Per Omero il mare è "scuro come
il vino". Per quanto sembri una realtà naturale e immediata è una
costruzione linguistica e culturale, un ponte tra linguaggio e natura.
Van Gogh
M., 1889, Museum of Modern Art (MOMA), New York.
CREAZIONE – Scintilla
L’uomo è
l’animale che più di tutti crea, fabbrica oggetti, converte idee in materia
solida. Le mani sono da sempre lo strumento della creazione, capaci di plasmare
la materia mentre, a loro volta, si plasmano. Le mani di uno scalpellino
diventano callose e ruvide, temprate per imprimere forza sulla pietra e
liberare la forma dalla polvere bianca; quelle di un fabbro sono tozze e dure,
abituate a resistere alle alte temperature necessarie a modellare il ferro; le
mani di una pastaia sono calde e lisce, educate al contatto continuo con acqua
e farina. Le mani portano il segno di ogni gesto, di ogni materiale, di ogni
opera: sono archivi viventi della trasformazione. Pensiamo anche alle mani
trasformate dal gesto sportivo: quelle di un canottiere sviluppano calli sul
palmo e sulle dita, formati nella ricerca del colpo perfetto sull’acqua; quelle
di un arrampicatore presentano polpastrelli induriti per aderire alla roccia.
Da
tempo, però, l’uomo affianca alle mani una molteplicità di strumenti.
Dall’invenzione delle prime macchine, l’evoluzione del creare non si è più
arrestata, fino a trasfigurare la materialità stessa dell’oggetto, rendendola
talvolta intangibile, virtuale. Un esempio emblematico è il videogioco Minecraft,
in cui i giocatori costruiscono mondi potenzialmente infiniti a partire da
unità minime, cubi digitali.
Che sia
tangibile o virtuale, l’atto del creare implica sempre una forma di magia: una
trasformazione, una scintilla che dà forma alla materia. Ed è proprio con le
scintille che si sta sperimentando una nuova frontiera: l’additive manufacturing.
Energia luminosa viene utilizzata per fondere finissime polveri metalliche e
creare oggetti fisici da modelli digitali con geometrie complesse, spesso
irrealizzabili con metodi tradizionali. Questa tecnica si oppone alla filosofia
michelangiolesca del liberare l’opera dal marmo del suo “superchio”
(Buonarroti, 1960): non sottrae il superfluo, ma aggiunge il necessario; non
rivela, ma costruisce.
Eppure,
questa innovazione radicale conserva un carattere profondamente arcaico. Lavora
con la polvere, accumula materia, costruisce per stratificazione, proprio come
un vasaio che, dall’argilla, plasma forme sempre nuove.
Nonostante
l’evoluzione degli strumenti, l’uomo continua a creare: è il suo modo di
abitare il mondo, di attraversare la materia e intravedere, in essa, una
molteplicità infinita di forme possibili.
Buonarroti
M., Rime, Bari: Laterza, 1960.
IRREALTà – Possibilità
C’erano
una volta due omini, fratelli inseparabili, che passavano i pomeriggi a giocare
con la fionda, sfidandosi a chi colpiva più bersagli tra sassi e vecchie
lattine. Un giorno, però, il cielo si oscurò all’improvviso. Un enorme drago li
vide dall’alto e, scorgendoli indifesi, si lanciò in picchiata. Con i suoi
artigli afferrò il fratello più piccolo e lo portò via, battendo le sue grandi
ali.
L’omino
rimasto a terra non perse tempo: si mise a correre più veloce che poteva.
Attraversò campi, valli e montagne senza mai fermarsi, con il fiato corto e il
cuore che batteva forte. Ma il drago volava alto nel cielo, irraggiungibile, e
lui non sapeva come fare per salvare suo fratello.
Proprio
allora arrivò una rondine. Aveva osservato, stupita, quella corsa instancabile
e decise di aiutarlo: «Sali sulla mia groppa», gli disse. L’omino non esitò e
si aggrappò alle sue piume. La rondine spiccò il volo, veloce come il vento,
puntando dritta verso il drago.
Quando
lo raggiunsero, il drago aprì le fauci e sputò una fiammata per arrostirli. Ma
la rondine era agile e scattante: schivò il fuoco con rapide virate, senza
farsi cogliere impreparata.
Fu
allora che l’omino, prese la sua fionda. Con mano ferma lanciò una pietra che
colpì il drago nell’occhio destro, poi un’altra nel sinistro. Accecato dal
dolore, il drago cominciò a dibattersi nel cielo senza più orientamento. Perse
la presa e lasciò cadere il fratello più piccolo, mentre precipitava
rovinosamente verso terra.
La
rondine si lanciò in picchiata, raggiunse il piccolo omino prima che toccasse
il suolo e lo caricò sulla sua groppa, salvandolo per un soffio.
Tutto
questo avviene in autostrada, dentro un’auto. L’omino è una figura stilizzata
che corre sull’orizzonte del finestrino, accanto a un bambino annoiato e il
drago è una nuvola scura che attraversa il cielo. L’irrealtà, allora, non è il
luogo di ciò che non esiste, ma di ciò che potrebbe essere: uno spazio in cui
le regole del reale si sospendono e tutto diventa possibile. Anche che i draghi
emergano dalle nuvole e che piccoli omini volino sulle rondini.
POESIA – Puzzle
Una
poesia è un insieme di tessere che formano un’immagine. Le tessere non sono
fatte di cartone come nei puzzle ma sono parole che il poeta sceglie, soppesa,
ne lima i bordi finché non combacia con le altre e il risultato non è
un’immagine stampata, ma un’immagine impressa nella nostra mente.
Come
osservava Sinisgalli, “La poesia è pensiero divenuto sensibile”[1], è come
la pioggia che nel deserto di Atacama fa nascere le rose. Le rose sono sempre
lì, sotto la sabbia protette dal sole cocente. La pioggia le libera, ridona
loro la vita. Così la poesia stimola il nostro interiore e fa nascere nella
nostra mente un’immagine grazie alla potenza evocativa delle parole e dei loro suoni.
Il suono
è una parte fondamentale della poesia. Nel Rinascimento si rafforza l’idea che
la poesia sia pittura parlante, sottolineando l’importanza del suono nella
poesia. E il suono non è poesia solo quando nasce dalla parola. Anche un movimento
ha un’importa sonora capace di evocare immagini.
Camminando
vicino ad un fiume, si può ascoltare l’andare dei canottieri. Prima il silenzio
della preparazione, poi il rumore sordo del remo che entra in acqua, infine il
fruscio della velocità impressa alla barca. Un susseguirsi di suoni, un ritmo
che diventa poesia.
La
poesia non è solo immagine, ma anche memoria. Le poesie sono frammenti della
nostra storia. Attraverso la poesia, eventi e racconti vengono tramandati e
consegnati all’eternità, come faceva Pindaro celebrando le imprese atletiche.
La poesia è capace di elevare un racconto trasformandolo in immagine. Non è un
caso, forse, che si ricorra alla rima per celebrare momenti importanti, come
nei brindisi. Anche quei testi improvvisati, scritti sul retro di un menù
durante un pranzo o una cena, declamati durate un festeggiamento, sono piccoli
componimenti poetici.
Probabilmente
la poesia non è stata inventata, ma scoperta, perché è sempre risieduta in noi.
È una necessità comunicativa: combina il significato delle parole alla potenza
delle immagini e, grazie alla sua duplice matrice, arriva veloce a chi
l’ascolta, trasformandosi in sentimento.
[1] Citazione da inserire.
SCORCIATOIA – Ipotenusa
Quante
volte capita che, a un incrocio, anziché svoltare ad angolo retto, si disegni
una linea obliqua che taglia l’erba o la terra? Quella è una scorciatoia: un
passo fuori dalla strada principale per recuperare tempo. È, in fondo, la
dimostrazione intuitiva del teorema di Pitagora: l’ipotenusa ha una lunghezza
minore della somma dei cateti.
Questa
semplice traccia sul terreno, però, rivela anche che utilizziamo scorciatoie
ogni giorno, come abbiamo sempre fatto nella storia della nostra evoluzione.
Non solo per risparmiare tempo, ma per risolvere problemi. Vulnerabili al
freddo, abbiamo imparato a vestirci e a governare il fuoco; bisognosi di forza
e velocità, abbiamo costruito macchine; sopraffatti da quantità di dati
sovraumane, abbiamo sviluppato l’intelligenza artificiale.
Proprio
l’AI, nella lettura di Nello Cristianini, rappresenta la scorciatoia definitiva: non cerchiamo più
necessariamente di comprendere le leggi che governano i fenomeni, ma ci
affidiamo a correlazioni e analisi statistiche. Una vera e propria “rivoluzione
epistemologica” (Cristianini,
2023), in cui la causa lascia il posto all’effetto, e la comprensione cede il
passo alla previsione.
Eppure,
le scorciatoie non sono quasi mai neutrali. Possono condurci più velocemente a
destinazione, ma anche portarci fuori strada. Lo dimostra il caso dell’atleta
keniano Eliud Kipchoge: nel 2019, a Vienna, infranse la barriera delle due ore
nella maratona, ma la prestazione non fu omologata. Le scarpe utilizzate,
dotate di inserti in fibra di carbonio, furono considerate una forma di “doping
meccanico”.
In
questi casi, tagliare l’incrocio non significa solo accorciare il percorso, ma
uscire dalle regole del gioco. Equivale a non ascoltare il monito delle favole
di rimanere sulla strada principale. La scorciatoia diventa allora una soglia
ambigua tra ingegno e furbizia che, tuttavia, racchiude l’intera storia
dell’evoluzione tecnologica: un susseguirsi di scorciatoie sempre più
sofisticate ed efficienti.
Cristianini
N., La scorciatoia. Come le macchine sono diventate intelligenti senza
pensare in modo umano, Bologna: Il Mulino, 2023.
Reti – Confine/connessione
Una rete è un confine permeabile. Un muro che,
paradossalmente, permette di vedere attraverso. Un inganno: sembra non esserci
e invece c’è. È così che intrappola gli uccelli nelle reti a nebbia, sottili al
punto da risultare quasi invisibili, come una nebbia leggera sospesa nell’aria.
E tuttavia anche la nebbia viene catturata: in alcune zone aride, reti speciali
vengono utilizzate per intercettare l’umidità e trasformarla in acqua.
Il confine più evidente della rete è forse quello della
pallavolo. Una linea sospesa che divide il campo in due metà, separa le
squadre, organizza lo spazio del gioco. Eppure, senza di essa, il gioco non
esisterebbe: verrebbe meno la regola, e con essa lo scopo stesso della
pallavolo. La rete divide, ma allo stesso tempo, mette in relazione le due
squadre.
La rete, infatti, è anche sinonimo di connessione: un
insieme di nodi che, collegandosi tra loro, danno forma a una struttura. I nodi
non sono sempre fatti di corda. Nella rete di Internet, ad esempio, sono
computer, server, infrastrutture distribuite: un’unica trama invisibile che si
estende ovunque. In una rete tutto è potenzialmente collegato. Ma proprio per
questo bisogna ricordare che una vibrazione in un punto della rete può
propagarsi a tutta la sua estensione. Lo sanno bene i ragni, che percependo le
oscillazioni della tela riescono a localizzare la preda con rapidità e
precisione.
Le reti, dunque, sembrano fondarsi su un dualismo costante:
da una parte il limite, la trappola, la cattura; dall’altra la connessione, il
legame, la possibilità di relazione. Forse, però, questo dualismo è solo
apparente. È infatti proprio grazie alla sua struttura interconnessa che la
rete separa e, separando, rende possibile un rapporto che altrimenti non
esisterebbe.
Silenzio – Sospensione
Il silenzio è una pausa tra due suoni. Visivamente saremmo
portati a indicarlo come il vuoto tra due pieni, eppure in musica la pausa è
rappresentata da segni pieni, proprio come le note: elementi che danno
struttura e ritmo al suono. Sono come salti sul pentagramma che il suono compie
per arrivare alla nota successiva.
Il silenzio è salto. È fiato sospeso: quell’attimo in cui
l’atleta del salto in alto ha appena staccato i piedi da terra e si sta
avvicinando all’asticella; quello in cui il pallavolista è in aria durante la
battuta e sta per colpire la palla; o ancora l’istante in cui il lanciatore del
martello lascia andare il suo attrezzo. È un momento che si costruisce su una
preparazione attenta e si apre all’ignoto, a ciò che sarà, senza alcuna
certezza.
Come il silenzio radio della missione spaziale Artemis II,
quando l’equipaggio ha attraversato il lato oscuro della Luna senza possibilità
di comunicazione con la Terra: un intervallo in cui il legame si interrompe e
si entra in uno spazio imprevedibile. Un salto nell’ignoto.
Il silenzio è ignoto perché forse non siamo abituati ad
ascoltarlo. Siamo abituati al suono, al rumore, ma raramente facciamo caso al
silenzio. “Il silenzio è un po’ come la luce: bisogna affinare i sensi per
accorgersi di quante diverse sfumature incontriamo nel corso di una giornata”.
E ascoltando il silenzio ci accorgiamo che il silenzio
parla: è figlio del tempo e del luogo che stiamo vivendo. Spesso non è assenza
completa di suono, ma è abitato da suoni che normalmente non ascoltiamo. In
campagna, il silenzio dell’inverno ha il suono del fuoco che scoppietta nei
camini, in primavera ha il suono del cinguettare degli uccellini, in estate è
il vociare del paese, in autunno è il frusciare delle foglie brune che cadono
dagli alberi.
Fare silenzio significa mettersi in ascolto di questi suoni
“neutri”, che non sono di nessuno. Il silenzio, a differenza del suono, non
appartiene: è lo stesso per tutti, ed è per questo che può diventare incontro (Candiani,
2018).
Forse il silenzio è questo: non ciò che si oppone al suono,
ma ciò che, senza appartenere a nessuno, rende possibile ascoltarsi davvero.
Candiani C. L., Il silenzio è cosa viva. L'arte della
meditazione, Milano: Einaudi, 2018.
Memoria – Lasagna di ricordi
Con una metafora culinaria, la memoria può essere paragonata
a una lasagna: una stratificazione di ricordi. Gli eventi vengono impilati
l’uno sull’altro in ordine cronologico, costruendo la memoria quasi come una
stampante 3D che, strato dopo strato, compone un oggetto.
Tutti possiamo cucinare una lasagna, ma alcuni saranno più
bravi di altri. Chi è più allenato, chi passa più tempo in cucina, sarà in
grado di prepararne una migliore. Così, anche, la memoria, ha bisogno di
allenamento per svilupparsi al meglio. Avere una buona memoria è un’abilità che,
di fatto, si esercita: esistono per esempio, veri e propri campionati di
memoria, sport del ricordare in cui i partecipanti competono nel memorizzare
centinaia, talvolta migliaia, di cifre in pochi minuti.
Non tuti siamo campioni di memoria. Tuttavia, l’evoluzione
delle nostre abitudini ci sta portando a un progressivo indebolimento delle
capacità mnemoniche. Un esempio banale di questa tendenza sono i numeri di
telefono. Qualche anno fa eravamo abituati a conoscere a memoria quelli delle
persone a noi care, oggi questa necessità è venuta meno. I neuroni sono stati,
in parte, sostituiti da dischi magnetici, circuiti elettrici, server remoti che
costituiscono il cosiddetto cloud. La tecnologia ha da sempre avuto il problema
di come conservare i dati e ha creato complesse architetture di memoria
esterna, nuvole digitali che ricordano per noi.
Gli esseri umani non sono gli unici esseri viventi ad avere
memoria. Anche gli alberi conservano traccia del passato. Hanno sicuramente una
memoria storica, quella degli anelli di accrescimento dei tronchi, possiedono,
però, anche una memoria più operativa. Per esempio, esiste una pianta, la
mimosa pudica, che quando viene toccata chiude le foglie per proteggersi.
Alcuni esperimenti, hanno dimostrato che questa pianta ha una memoria a lungo
termine per cui smette di chiudere le foglie se riconosce un gesto a cui in
passato non è stata associata nessuna conseguenza negativa (Gagliano et al,
2014). In altre parole, elabora l’esperienza e modifica il proprio
comportamento di conseguenza.
La memoria, infatti, è anche elaborazione. Lo pensava Degas,
l’impressionista che non dipingeva en plain air, ma che preferiva,
invece, lo studio, dove poteva ricostruire la scena da dipingere con la memoria
che rielaborava gli elementi e gli dava una struttura adatta alla
rappresentazione.
Forse la memoria è una delle funzioni più complesse del
cervello, e non è un caso che si consolidi durante il sonno, quello spazio
sospeso in cui il corpo si ferma mentre la mente riorganizza. Comprenderne
completamente i meccanismi potrebbe restare un’impresa incompiuta. Tuttavia,
proprio in questa opacità, forse, risiede il suo fascino.
Gagliano M., Renton M., Depczynski M., Mancuso S., Experience
teaches plants to learn faster and forget slower in environments where it
matters, Berlin: Springer, 2014.
Natura – Imitazione e sfida
La natura è l’oceano in cui ogni essere vivente
dell’universo nuota e in cui anche ciò che è inanimato trova posto. È come un
cuore che batte, un polmone che respira, un grembo da cui tutti siamo nati.
La natura non ha solo creato la vita, ma è anche ciò a cui
ci ispiriamo continuamente nelle nostre opere. Sia nell’arte sia nella scienza,
è sempre dalla natura che traiamo ispirazione. Dalla natura, per esempio,
abbiamo imparato a risolvere problemi. Oggi, guardare alla natura per trovare
soluzioni ha un nome specifico: “biomimicry”, letteralmente imitazione della
vita. L’uomo non è altro che un attento osservatore che cerca di imitare la
natura. Per esempio, imitando gli occhi degli insetti sono stati creati
particolari pannelli solari più resistenti; osservando le foglie degli alberi
sono state sviluppate turbine eoliche più efficienti. Dalla natura abbiamo
anche imparato a curarci: molti principi attivi dei medicinali derivano da
composti naturali, come il sempre citato acido acetilsalicilico.
Insomma, tutto può essere ricondotto alla natura. Non è un
caso, infatti, che la parola stessa derivi dal latino “nascere”. La natura è
ciò da cui tutto si genera. Così come tra genitori e figli, anche tra esseri
umani e natura esistono contrasti e contrapposizioni. Nell’uomo c’è una sorta
di senso di sfida nei confronti della natura, come a volerci imporre su
qualcosa che è più grande di noi. E in questo gioco di sfida rientra anche lo
sport. Nello sport, ogni azione è una sfida lanciata contro la natura e le sue
leggi. La gravità ci vuole a terra, eppure gli atleti continuano a saltare
sempre più in alto; l’aria e l’acqua ci rallentano, ma i record di velocità
nella corsa e nel nuoto vengono continuamente aggiornati. È una sfida a
superare sé stessi, a oltrepassare i limiti del proprio corpo, che è esso
stesso un prodotto della natura.
Eppure, il confronto può degenerare. Negli ultimi anni,
l’azione umana ha intensificato squilibri evidenti: inondazioni, siccità,
frane. La natura non punisce, ma reagisce, come un sistema che cerca
equilibrio. Più che una sfida, allora, si impone una nuova attitudine:
ascoltare. Perché distruggere la natura significherebbe perdere non solo un
habitat, ma anche il nostro principale manuale d’istruzioni.
fuoco – Oscillazione
Centro di gravitazione della luce. Nella fotografia, il
fuoco, determinato dalla posizione delle lenti, decide cosa visualizzare
nitidamente e cosa lasciare indistinto. Definisce il punto in cui si concentra
lo sguardo. La luce è anche energia e, focalizzandola in un unico punto, è
possibile riscaldare la materia fino a generare una fiamma, come facevano gli
antichi con gli specchi ustori. Questa stessa tecnologia viene utilizzata
ancora oggi in macchine all’avanguardia come le stampanti 3D. In alcuni di questi
macchinari sono presenti complesse catene ottiche che concentrano l’energia del
laser in un punto preciso generando un’energia capace di fondere il metallo e
creare oggetti a partire dalla polvere.
Il fuoco non è il centro di gravità soltanto della luce, ma
anche della vita. È il camino delle case antiche, la fonte di luce e calore
attorno a cui si svolgeva la vita familiare. È proprio il focolare domestico
che i latini indicavano con la parola focus, termine che finì per
designare l’intero nucleo familiare e che divenne un elemento sacro della casa.
L’elemento della sacralità è da sempre associato al fuoco,
alla fiamma: forse per i suoi movimenti repentini, per il suo continuo
divenire, per la luce che emana. Il fuoco è stato spesso associato anche
all’anima, allo spirito, come nel caso dei fuochi fatui. Ma forse esiste una
fiamma che più di tutte, oggi, possiede una forza simbolica universale: una
fiamma che ogni quattro anni torna ad accendersi e a illuminare gli occhi di
migliaia di atleti, che vi riconoscono lo stesso ardore che li spinge a superare
sé stessi. La fiamma olimpica.
Una fiamma tanto antica quanto moderna. La fiamma olimpica,
infatti, è un elemento riscoperto nella IX edizione dei Giochi olimpici moderni
e, da allora, non ha mai smesso di evolversi. Designer e ingegneri, come nuovi
Prometeo (Condello, 2022), si sono succeduti nel progettare fiaccole in grado
di custodire una fiamma che non deve spegnersi, capace di viaggiare sui mezzi
di trasporto più disparati: dai cammelli alle navi, fino agli aerei
supersonici. Un’evoluzione che ha coinvolto anche il braciere olimpico,
divenuto sempre più spettacolare grazie a complessi stratagemmi tecnici.
Il fuoco è uno di quegli elementi che l’uomo non può
governare pienamente, una materia inafferrabile che pure non va toccata: può
cercare di addomesticarlo, ma non potrà mai controllarlo del tutto. Se lo si
trascura, si spegne, se lo si forza, può ferire. E in questa oscillazione
rivela il limite di ogni pretesa umana di controllo.